CHI SIAMO
Una domanda è d’obbligo: “Perché vi siete presi la briga di mettere in rete questo materiale?”.
Si tratta di materiale fotografico e documentale relativo agli anni 1976 –’77 –’78, i più caldi per quanto riguarda l’evento Seveso/diossina del 10 luglio 1976.
Perché nel 1976 un bel gruppetto di noi c’era e, a vario titolo, è stato protagonista di quelle vicende. Alcuni giovanissimi, altri con qualche anno in più, qualcuno con figli piccoli o in attesa di figli, ci siamo trovati, abitando a Seveso in zone vicine a quella più inquinata, a dover fare i conti con quel drammatico incidente che ha messo sottosopra il nostro paese.
Quel “noi” partecipa ad un’associazione nata nel 1985, operante e viva nella Seveso di oggi, che si chiama “Don Giuseppe Mezzera”, con un logo tratto da un’antica mappa preparata nel 1583 per una visita pastorale di san Carlo Borromeo nei nostri territori.
Oltre ad essere testimoni diretti, siamo appassionati alla nostra gente, siamo stati educati a vivere una “compagnia guidata al destino” e ad appartenere alla comunità ecclesiale. Proprio grazie a questa amicizia grande, è stato naturale che, anche davanti al dramma di Seveso, la “compagnia” fosse la modalità con cui vivere giorno per giorno quanto ci stava succedendo. Cercando di dare una testimonianza di unità e di intelligente presenza, tanto da costruire, per usare una parola venuta di moda in anni successivi, resilienza e tenuta sociale.
Dopo cinquant’anni dal disastro, la stessa tensione al vero sostiene e guida i passi dell’Associazione oggi, con una serie di proposte che spaziano tra cineforum, mostre, concerti presentazioni di libri ed eventi conviviali.
UFFICIO DECANALE DI ASSISTENZA E COORDINAMENTO
Agosto 1976: una ventina di giorni dopo l'incidente, l'Arcivescovo di Milano Giovanni Colombo è a Seveso per una Messa partecipata e commossa. Nell'omelia chiede di non restare inermi e annichiliti a fronte della tragedia dell'Icmesa. Alcuni giovani, trentenni con figli piccoli, prendono sul serio questo appello e si chiedono: come stare davanti al disastro? Si può continuare a vivere quando tutto crolla? Cosa possiamo fare per andare incontro ai nostri bisogni e a quelli della gente de nostri paesi. Nel clima concitato di quei giorni, incontro dopo incontro, si concretizza l'idea di aprire un punto di riferimento, un luogo fisico aperto alla popolazione.
Assume il nome di UDAC: Ufficio Decanale di assistenza e coordinamento, con sede in via Arese, presso il Centro parrocchiale di Seveso.
È attivo dall'inizio di agosto 1976 e in poco tempo diventa un riferimento per tutti, proprio quando la stampa nazionale parlava di devastazione, di nube mortifera, di mostri.
Per sapere quello che si faceva al’Ufficio Decanale di assistenza e coordinamento diamo la parola a Matteo Volpi allora giovane volontario:
“Nel giro di pochi giorni mi sono trovato ad occuparmi, insieme ad altri volontari, dell’organizzazione della segreteria per capire cosa si poteva rispondere alla gente, per aiutare la gente a compilare i moduli di denuncia dei danni subiti al giardino, agli alberi, all’orto, agli animali da cortile, alla casa…; organizzare squadre di lavoro (imbianchino, elettricista e falegname) per chi doveva sistemare velocemente una casa nel paese avendo dovuto abbandonare la propria; organizzare riunioni con le aziende perché le attività artigianali tipiche della Brianza cominciavano ad avere il problema di vendere i propri prodotti a causa di giornali che scrivevano che tutto era appestato, mobili compresi; organizzare i turni di assistenza ai bambini negli hotel che ospitavano le famiglie sfollate durante la giornata e soprattutto in occasione delle riunioni serali che venivano frequentemente organizzate per loro; organizzare i centri diurni voluti per allontanare dalla zona inquinata durante il giorno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie inferiori; organizzare la distribuzione di volantini, di manifesti, del giornale Solidarietà nel territorio; il lavoro di rassegna stampa e l’organizzazione delle conferenze stampa.
Queste erano le principali attività, ma anche altre che nascevano spontaneamente: infatti se qualcuno veniva a chiederti qualcosa, un aiuto, si poneva a tema la questione e si cercava di dare una risposta grazie ai numerosissimi volontari soprattutto universitari e liceali, oltre al gruppo di adulti in particolare medici che erano responsabili dell’Ufficio Decanale.
SERVIZIO ALLE PERSONE
ASCOLTO e AIUTO
INFORMAZIONE
DOCUMENTAZIONI SIGNIFICATIVE
ALTRI DOCUMENTI
Guzzetti OSSERVATORE R.
LE NOSTRE CONCLUSIONI
"Siamo appassionati alla nostra gente, siamo stati educati a vivere una compagnia guidata al destino e ad appartenere alla comunità ecclesiale": così abbiamo scritto all'inizio di questo sito. Lo vogliamo confermare. Perché proprio questo ci ha motivato a non tacere su quei fatti che ci hanno coinvolti ormai 50 anni fa e a dare testimonianza di quanto successo. Per noi quegli anni, nonostante la fatica, l'ansia, il dolore che ci sono stati compagni di viaggio, sono stati un valore perché ci hanno insegnato tanto e ci hanno fatto crescere in umanità. Nel 1976 l'Associazione Mezzera non esisteva, sarebbe nata nel 1985. Ma allora eravamo già insieme e attraverso la Comunità guidata da don Constante Cereda vivevamo un'amicizia ben presente nelle pieghe del nostro paese e nella vita delle Parrocchie di Seveso.
Possiamo dire che quello della diossina è stato un evento che ci ha colti impreparati dal punto di vista medico, sanitario, tossicologico (infatti abbiamo dovuto studiare e documentarci tanto, per stare sul pezzo!), ma dal punto di vista dell'essere comunità, essere Chiesa, eravamo piuttosto pronti. Cosa intendiamo dire?
Con i ragazzi e le loro famiglie, da tempo, vivevamo la “Scuola di Unità", che ha funzionato dal 1975 al 1986, un oratorio a tempo pieno che teneva insieme i ragazzi e aiutava i genitori ad essere competenti.
Nel 1975 era sorta in Seveso, per poi estendersi a tanti altri paesi della Brianza, la Cooperativa Commissionaria per fare la spesa insieme, coinvolgendo decine e decine di famiglie in un loro bisogno primario: spendere bene, comprando prodotti di qualità.
Sempre in quell'anno aveva tirato su la serranda, in via Manzoni, il Centro sociale "La Bottega": una fucina di iniziative e di occasioni di aggregazione. Il Centro sociale "La Bottega" si sarebbe poi, anni dopo, appunto nel 1985, strutturato nell'Associazione culturale "Don Mezzera".
Abbiamo poi costituito una cooperativa educativa "La Traccia" che, qualche anno dopo nel 1984, per l'intervento decisivo di un gruppo di mamme, si sarebbe evoluta in una scuola, la “Frassati" che avrebbe trovato la sua sede definitiva nella palazzina degli Oblati, attigua al Seminario di San Pietro. In precedenza, quella stessa palazzina -destino!- per tanti anni dopo il disastro Icmesa aveva visto la presenza dell'Ufficio Speciale per Seveso della Regione Lombardia.
Insomma per quanto riguarda l'essere "popolo", l'essere "chiesa" eravamo proprio allenati. [Così è stato naturale che, anche davanti al dramma di Seveso, la "compagnia" fosse la modalità con cui vivere giorno per giorno quanto ci stava succedendo.
Abbiamo sperimentato che una compagnia, radicata su basi sicure, ti dà coraggio e intraprendenza per costruire opportunità e iniziative che, complice la diossina, abbiamo voluto/dovuto sostenere. In quegli anni drammatici, il mondo cattolico dei paesi coinvolti ha saputo dare una testimonianza di unità e di intelligente presenza, tanto da testimoniare, per usare una parola venuta di moda in anni successivi, una "sinodalità" operosa e fattiva. È proprio vero che nella prova serve una unità consolidata! Una unità non chiusa in se stessa ma capace di guardare e giudicare la realtà. Senza progetti o calcoli, quasi inavvertitamente, questa presenza si è fatta capace di aggregazione e di coinvolgimento costituendo "una chiesa in uscita" che ha la pretesa di affrontare i problemi, di aiutarsi al proprio interno e aiutare gli altri. Papa Francesco, anni dopo, avrebbe usato la formula "un ospedale da campo" attorno a cui si coagulano energie e disponibilità, si realizzano iniziative, tanto da costruire nel tempo "resilienza" e tenuta sociale. Ricordiamo quanto Papa Francesco ha scritto nell'enciclica Evangeli gaudium: "preferisco una chiesa accidentata, ferita, sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze".
Allora perché non raccontare ciò che ci è successo, quanto abbiamo fatto insieme, come abbiamo potuto resistere senza fuggire, ... magari qualche spunto potrebbe essere utile anche ai tempi d'oggi.
















![Giornata per la vita a S. Siro con Madre Teresa [23-04-1976] Giornata per la vita a S. Siro con Madre Teresa [23-04-1976]](/images/2026/02/19/con-madre-teresa-a-s.siro-diossina-seveso.jpg)